• 19 luglio 2018

Difetti o Talenti?

Filosofia in azienda

Come ti vinco la Coppa del Mondo.

Il campionato mondiale di calcio, da pochi giorni terminato, mi richiama alla memoria un aneddoto che risale alla biografia di Diego Armando Maradona, asso del pallone di qualche decennio fa.

Il piccolo Dieguito stava giocando a pallone, nei sobborghi di Buenos Aires, assieme ad altri suoi compagni, quando due distinti signori passarono di lì e si soffermarono incuriositi a guardare quei marmocchi che rincorrevano un pallone di pezza. Ad un certo punto si sentì dalle finestre delle casupole circostanti la voce delle madri che richiamavano in casa i loro figli e il nostro Dieguito prontamente si diresse verso la sua casa.

I due signori lo fermarono e uno gli disse: “Sei un fenomeno con il pallone, ma hai un difetto: usi solo il piede sinistro; ti sei accorto?” Il piccolo Maradona, stupito, rispose: “Mi piace così, mi va bene lo stesso” e prese a correre per raggiungere i suoi compagni che già stavano entrando nelle loro case.

L’altro signore, che era rimasto fino a lì silenzioso, si rivolse al collega e gli domandò: “Che problema c’è se quel ragazzo usa solo un piede? Non vedi come lo sa usare a meraviglia?” “Sì - ribatté il primo – ma pensa quanto meglio sarebbe se usasse tutti e due i piedi. In fondo deve solo fare allenamento per imparare a calciare anche con il destro”. “Certo – riprese il secondo – ma non credi che sarebbe meglio se invece lui migliorasse ancora il piede sinistro, così da renderlo eccellente?” La storia dette ragione al secondo., perchè in fondo la questione è sempre la stessa.

Rimediare ai difetti o migliorare i talenti?

Non è una questione di lana caprina: è un’alternativa fondamentale.  

Se lavori sui difetti, ovviamente per eliminarli o quantomeno ridurli, ti soffermi sul negativo, su ciò che non va; mentre, se ti concentri sui talenti, lavori sul positivo, su quello che va già bene ma potrebbe andare ancora meglio.

Non è esattamente la stessa cosa. Nel primo caso fai come il medico che cura le malattie, nel secondo caso sei come l’ostetrica che aiuta a partorire. Il medico guarisce togliendo e tagliando; l’ostetrica porta alla vita un essere nuovo. Il medico gestisce la vita per portarla alla normalità, l’ostetrica aumenta il numero delle persone in vita. Nel primo caso si rifà il lifting, spesso anche profondo; nel secondo si genera una cosa del tutto nuova.

È questione di prospettive diverse: curare o far crescere.

La persona in oggetto, nel primo caso è un paziente, nel secondo caso è un nascente o, come dicevano i Greci, un nuovo.

E la motivazione? Vai a dire ad un collaboratore: non fare così ma colà, cambia questo e fa’ in altro modo; correggi questa cosa e modifica quest’altra. Lui, ad un certo punto – ovviamente parlando di persone dotate di buona intenzione – si sente soffocare e poco alla volta gli viene a mancare l’entusiasmo. Mentre prova a dirgli: hai mai tentato di fare anche così? Oppure: sai che potresti fare ancora meglio, perché hai della stoffa?

In fondo, la vera questione è si riduce ad una domanda.

La persona è più motivata a cambiare o a migliorare?

Noi diamo il meglio di noi stessi se veniamo stimolati a proseguire sulla stessa strada con andatura più spedita, non se dobbiamo cambiare rotta! Il leader, in questo passaggio, non è uno che porta le persone a cambiare la loro natura di fare, ma uno che le aiuta a tirare fuori il meglio che hanno già dentro di loro. 

Si dice spesso: siamo in un’epoca di cambiamenti, tutto attorno a noi cambia, noi dobbiamo cambiare, ed altre simili affermazioni. Però, a ben vedere, ci sono tante cose, soprattutto quelle che non piacciono, che non cambiano affatto. Allora la domanda è: è utile e opportuno insistere sul fatto di cambiare, o, piuttosto, è meglio incoraggiare le persone a migliorare quello che già sono?

Vi è, poi, un’altra insidia nascosta nella pretesa che le persone cambino: ritenere che qualcuno possa condizionare gli altri al punto da dire loro da che parte devono andare.

Lo so, è una questione assai delicata, che l’umanità si è posta da almeno duemilacinquecento anni sia in Oriente come in Occidente. In fondo, è la questione dell’educazione, che, però, non è mai da intendere come una imposizione, ma sempre come una “conduzione”, esattamente come dice la parola nel suo senso originario latino.

Oggi, visto anche che molti cosiddetti maestri hanno dato pessima prova di se stessi, è probabilmente meglio insistere sul tema dei talenti, che ognuno – questo è certo! – ha in serbo dalla natura: chi più, chi meno, chi di un tipo e chi di un altro. Ma ognuno, come dice un antico adagio italiano, nasce con il proprio fagottino.

Aiutare a migliorare.

E' decisamente meglio che pretendere il cambiamento ed è anche più impegnativo: sia per chi migliora, sia per chi deve mettersi a disposizione affinché uno migliori. Chiedetelo a Dieguito.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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