Ci sono incontri in cui la storia di un’azienda prende vita attraverso la voce di chi l’ha costruita. È quello che abbiamo vissuto il 21 ottobre, durante lo Special Event AdHoc nella sede di Foscarini a Marcon, ascoltando Carlo Urbinati.
Con l’ironia di chi sa raccontarsi senza prendersi troppo sul serio e la passione di chi continua a meravigliarsi del proprio lavoro, Urbinati ci ha accompagnati dentro la storia di Foscarini. Un percorso fatto di intuizioni, scelte coraggiose, tentativi e incontri. E di una curiosità che, dopo tanti anni, continua ad accendersi davanti a una nuova lampada.
Perché la luce, nelle sue parole, è diventata qualcosa di molto vicino alla nostra vita: il calore di una casa, la sensazione di sentirsi accolti, il piacere di stare in un luogo. Progettare una lampada significa immaginare anche questo: ciò che accadrà intorno a lei, le persone che abiteranno quello spazio, il modo in cui si sentiranno.
La libertà di seguire un’idea
Nata a Murano nel 1981, Foscarini ha costruito la propria identità come impresa senza fabbrica. Una caratteristica che, ascoltando Urbinati, abbiamo imparato a leggere attraverso una parola tornata più volte durante l’incontro: libertà.
La libertà di scegliere il materiale più adatto a un’idea. Di cercare chi possiede le competenze per realizzarla. Di lasciare una strada conosciuta quando il progetto chiede di andare altrove.
Il passaggio dal vetro ad altri materiali ha avuto proprio questo significato. Ha richiesto di allontanarsi da un sapere familiare, affrontare nuove difficoltà e affidarsi a interlocutori con esperienze e linguaggi diversi.
Urbinati ci ha raccontato questi passaggi restituendoci anche la fatica che li accompagna. Perché tra immaginare un oggetto e riuscire a realizzarlo ci sono prove che falliscono, soluzioni da ripensare e conversazioni che cominciano con un «non si può fare».
Eppure, a volte, quel «non si può fare» significa soltanto «non l’ho mai fatto». In quello spazio si apre una possibilità. Serve qualcuno disposto a fare ancora una domanda, a chiedere perché, a tornare con una proposta diversa. E qualcuno, dall’altra parte, disposto a provare.
Dietro ogni oggetto ci sono delle persone
È forse qui che il racconto ci ha coinvolti di più: quando dietro le lampade sono comparsi i volti di chi le realizza.
Gli occhi che seguono il vetro mentre prende forma. Le mani che conoscono un materiale e ne riconoscono i limiti. L’esperienza di chi sa cogliere una differenza che a molti di noi sfuggirebbe.
Con il progetto Maestrie, Foscarini ha scelto di dare visibilità a questo sapere, raccontando le persone e i gesti che rendono possibili i suoi prodotti. Un modo per riconoscere il contributo di chi lavora spesso lontano dai riflettori e per aiutarci a comprendere il valore di ciò che abbiamo davanti.
Nelle parole di Urbinati si sentiva la stima per queste competenze. La consapevolezza che la libertà di immaginare poggia anche sulla disponibilità di qualcuno a mettersi in gioco insieme all’azienda.
Lo abbiamo ritrovato nel racconto della festa natalizia con i fornitori: un appuntamento che, negli anni, ha avvicinato anche persone inizialmente poco propense a condividere un tavolo con i propri concorrenti. E nel candeliere che ogni anno viene pensato e donato ai partner, diverso da tutti i precedenti, come memoria concreta del lavoro fatto insieme.
Un oggetto che custodisce un messaggio semplice: anche quest’anno abbiamo condiviso un pezzo di strada.
Continuare a riconoscersi, anche mentre si cambia
Durante il confronto con i soci, il racconto ha incontrato le domande quotidiane dell’impresa: come si sceglie un nuovo progetto? Quanto si può investire nella ricerca? Come si tiene insieme una collezione di prodotti tanto diversi? E come si cresce conservando la propria identità?
Urbinati ci ha restituito il senso di un lavoro continuo, in cui la creatività si confronta con il mercato, i costi e l’organizzazione. Ogni prodotto aggiunge qualcosa alla storia di Foscarini e contribuisce a raccontare chi è l’azienda.
In questo percorso c’è anche il suo cambiamento personale: dall’occuparsi del disegno dei prodotti al progettare l’impresa stessa. Dare una direzione, scegliere le collaborazioni, creare le condizioni perché le idee possano crescere.
Una riflessione che ci riguarda da vicino. Perché anche nelle nostre aziende il futuro passa attraverso ciò a cui decidiamo di dedicare tempo, le persone che ascoltiamo e le possibilità che abbiamo il coraggio di esplorare.
Grazie a Carlo Urbinati e a Foscarini per averci aperto le porte e aver condiviso con noi una storia così personale e viva. Ci portiamo a casa il piacere di aver conosciuto più da vicino un’impresa e l’entusiasmo di chi, dopo tanti progetti, sa ancora aspettare con curiosità il momento in cui una lampada si accende per la prima volta.
La capacità delle storie di mettere alla prova le nostre convinzioni, farci dubitare dei personaggi e, qualche volta, anche di noi stessi.
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Un’impronta che prende forma nelle opportunità offerte alle persone e nella fiducia necessaria per affidare loro responsabilità reali.
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Greggio ci ha mostrato che l’identità di un’impresa non è qualcosa di immobile da custodire, ma una base solida dalla quale continuare a evolvere.
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